Ricordi e racconti della Seconda Guerra Mondiale

Era il 20 Ottobre del 1944, con molta probabilità mio Papà si trovava alla fabbrica dell’Isotta Fraschini di Saronno (VA) e assistette al bombardamento, spesso me lo raccontava davanti al camino, concordo che la guerra è una brutta cosa, da evitare … sempre !!!

L’Isotta Fraschini fu fondata nel 1900 come “Socità milanese d’automobili Isotta Fraschini & C.” da Cesare Isotta e i fratelli Vincenzo Oreste Antonio Fraschini.

Inizialmente l’azienda si occupava di assemblare parti e componenti di veicoli di provenienza straniera, del montaggio su telai di propria progettazione e costruzione, della vendita delle vetture così ottenute e della commercializzazione di vetture straniere.

Ben presto l’azienda cominciò a progettare e produrre in proprio tutte le parti e nel 1904 divenne ” Isotta Fraschini S.p.A. Milano”.

Per molti anni progettò e produsse motori eccezionali per impieghi aeronautici, navali, civili, militari e veicoli sia per uso civile che militare.

Negli anni ’30 la fabbrica trasferì sul territorio di Saronno alcuni suoi stabilimenti ed anche successivamente a causa dei bombardamenti di quelli di via Monterosa a Milano durante la Guerra. Creando così a Saronno un’importante realtà industriale.

Al termine della Guerra però, non riuscì la conversione dell’azienda da bellica a civile e l’azienda fu posta in liquidazione. Nel 1955 l’azienda si fuse con la “Breda Motori” di Milano e nacque la “F.A. Isotta Fraschini e Motori Breda” con stabilimenti in via Milano a Saronno. Vennero progettati e realizzati importanti prodotti nel settore ferroviario, navale e industriale.

All’inizio degli anni ’60 venne fondato a Bari uno stabilimento per la produzione di motori Diesel di grande successo.

Verso la fine degli anni ’70 la società cambiò nome prima in “Isotta Fraschini” poi in “Isotta Fraschini Motori” e cessò la sua attività a Saronno alla fine degli anni ’80 con il trasferimento della produzione negli stabilimenti di Trieste della soc. Fincantieri, successivamente trasferiti a Bari.

FONTE: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.de/2016/03/la-strage-dei-bimbi-di-gorla.html

La strage dei bimbi di Gorla

Gorla è un quartiere di Milano, posto nella periferia nord – orientale della città. Per molti secoli Gorla costituì un quartiere autonomo stretto tra Greco, Crescenzago e Turro. Nel 1864 assunse il nome di Gorla Primo per distinguerlo dalle omonime località in provincia di Varese. Nel 1920 annesse il limitrofo comune di Precotto modificando il nome in Gorla-Precotto. I diversi tentativi per evitare l’annessione al comune di Milano furono inutili.

Il 23 dicembre del 1923 il comune fu annesso alla città meneghina.  La data della strage è nella memoria di molte persone, purtroppo non tutte: 20 ottobre 1944. Quella mattina dall’aeroporto di Castelluccio dei Sauri, nei pressi della città di Foggia in Puglia, decollarono 36 bombardieri B-24 della 451 Bomb Group, al comando del colonnello James B. Knapp.
Il compito assegnato alla compagnia 451 Bomb Group? Distruggere gli stabilimenti della Breda a Sesto San Giovanni. In contemporanea i bombardieri della 461 Bomb Group e della 484 erano diretti su Milano, con l’obiettivo di radere al suolo gli stabilimenti dell’Isotta Fraschini e dell’Alfa Romeo. Una pioggia di bombe attendeva il cielo di Milano, e la sua gente. L’operazione iniziò poco prima delle 8,00 in Puglia.  Gli aerei si alzarono in volo per raggiungere gli obiettivi.
La 461 e la 484 raggiunsero gli obiettivi prefissati causando piccoli danni collaterali. Le officine dell’Isotta Fraschini e dell’Alfa Romeo furono centrate dai bombardieri americani. Le cronache raccontano di poche vittime tra i civili. Le morti di persone non collegate all’obiettivo militare appaiono come danni collaterali. Mai definizione può considerarsi più cruda e sbagliata: una sola vita umana distrutta per errore rappresenta un orrore e non un danno collaterale.
La guerra ha le sue regole.
La fine arriva dal cielo.
Splendido cielo azzurro.
Le officine della Breda devono essere distrutte.
L’attacco è ripartito in due ondate, per non essere facili bersagli per la contraerea.
La prima ondata non centrò l’obiettivo prefissato a causa d’errori nella procedura di lancio del materiale bellico: le bombe sganciate in anticipo colpiscono l’aperta campagna.
La seconda ondata – a causa di probabili errori di trascrizione delle coordinate – si trova fuori posizione rispetto all’obiettivo.
Non è possibile tornare alla base con le bombe innescate.
Devono essere lanciate.
Il comandante decise di liberarsi immediatamente del carico.
I resoconti ci narrano la possibilità di cui disponeva chi guidava l’attacco: sganciare la morte che arriva dal cielo in aperta campagna, sulla rotta per Cremona.
Questo non avvenne nonostante le favorevoli condizioni atmosferiche permettessero una chiara distinzione tra obiettivi militari ed abitazioni civili.
Alle 11,27 i bombardieri americani vomitano morte dal cielo.
Alle 11,29 gli abitati di Gorla e Precotto sono investiti da un quantitativo enorme d’esplosivo.
L’inferno sulla terra di Milano.
Case, negozi, officine e scuole diventano bersagli.
Urla.
Lacerazioni.
Morte.
Dolore.
Milano non sarà più la stessa.
Le bombe investono la scuola elementare Francesco Crispi uccidendo 184 scolari, 20 insegnanti ed altri 18 piccoli bimbi, portati in braccio dalle madri accorse sul luogo di morte al primo allarme con l’obiettivo di portare in salvo i figli che frequentavano la scuola.
Un’intera generazione scomparsa.
Quel giorno Milano contò oltre 600 vittime dei bombardamenti. Dalle macerie furono estratte diverse centinaia, se non migliaia, di feriti. Ricorda Graziella Ghisalberti Savoia, una delle alunne della scuola Crispi scampata alla tragedia: “Mi trovavo nella scuola poco prima delle 11.30, quasi al termine della giornata scolastica. Non ero in classe, venivo dalla segreteria dove ero stata premiata per una pagina di calligrafia. Suonò il grande allarme appena prima della fine delle lezioni, così ci dissero di fare le cartelle“.
Una seconda drammatica testimonianza, di Anna Bassis Ferrè: “Io e mio marito lavoravamo in una legatoria e Margherita, pur avendo solo 8 anni, si preparava ed andava a scuola da sola. Era gia una donnina giudiziosa. Anche quel triste venerdi 20 ottobre 1944 l’avevamo salutata prima di andare al lavoro, convinti di rivederla felice al nostro ritorno, ma purtroppo come tanti altri scolari (quasi tutti) non ha fatto più ritorno a casa. Appena saputo della scuola bombardata, siamo accorsi, ma non l’abbiamo trovata. Avendo dei nostri parenti vicino al Cimitero Monumentale, siamo stati da loro ospitati una notte, non ce la sentivamo di tornare nella nostra casa da soli.Al mattino presto siamo andati a cercarla. L’abbiamo trovata vicino alla sua maestra, la signorina Bianca Colombo. Il dolore per la sua perdita è stato immenso. Dopo circa un anno ho avuto un altro bambino che avrebbe dovuto lenire in parte la nostra disperazione; è vissuto però solo dieci giorni. Nel 1947 è nato un altro figliolo, ma anche lui mi ha lasciato troppo presto! Ho una nipote diciottenne, sua figlia, ma io vivo sola con i miei cari tristi ricordi. In particolare mi ritrovo spesso a parlare con la mia adorata bambina.” 
Vi propongo una terza testimonianza: “Sono Ambrogina Sironi, sorella di Ambrogio, nata nel 1946. Dai miei genitori ho saputo che quel mattino per mio fratello sarebbe stato il primo giorno di scuola. Aveva 7 anni ed avrebbe frequentato la seconda elementare. Era appena tornato dalla Valtellina, dove era sfollato presso una zia. Quel mattino però, Ambrogio non ne voleva proprio sapere di andare a scuola! La mamma l’aveva preparato e visto che abitavamo proprio di fronte alla scuola all’orario di inizio delle lezioni l’aveva mandato da solo.Nel frattempo il papà era intento ad effettuare le consegne con il suo carro e cavallo. Arrivato a Turro un signore l’ha avvertito che aveva un bambino nella cesta del fieno sotto il carro. Era il piccolo Ambrogio, deciso a bigiare la scuola. Il papà la pensava diversamente. Girato il carro e tornato a Gorla ha accompagnato mio fratello a scuola. Per sempre. Ora anche lui riposa nella cripta ossario, sotto il monumento. Io porto il suo nome, il nome di un piccolo martire!”. 
La testimonianza di un sopravvissuto che all’epoca dei fatti aveva 6 anni, Marco Pederielli:

“Il primo allarme suonò verso le 11.15. Le maestre si affrettarono a far uscire i bambini dalle classi per portarli nei rifugi sotterranei. Io devo la mia salvezza a tre coincidenze.

Nonostante avessi 6 anni, mi ero iscritto direttamente in seconda elementare perché avevo fatto la prima da privatista. È stata una fortuna perché le prime classi facevano lezione al piano terra e furono le prime ad entrare nei rifugi. Nessuno di coloro che raggiunsero i rifugi è sopravvissuto, perché una bomba cadde nella tromba delle scale e l’esplosione fece crollare l’intera struttura.
Durante la discesa verso i rifugi, mi accorsi che avevo dimenticato il cappotto in classe. Corsi di sopra a riprenderlo e quando ridiscesi notai che il bidello aveva lasciato il portone della scuola aperto. Uscii in strada con le bombe che già stavano cadendo in tutto il quartiere. Fu rischioso ma non finii sotto le macerie della scuola.
Strisciai in strada costeggiando le case, finché arrivai sul sagrato della chiesa del quartiere. Un droghiere mi tirò dentro il negozio proprio un attimo prima che una bomba cadesse sulla chiesa. Mi ritrovai nella cantina del suo negozio con la bocca piena di polvere e le orecchie che fischiavano, ma ero salvo.
Più tardi mi diressi verso casa e a metà strada trovai mia madre, che stava correndo verso la scuola per venirmi a prendere, e tornammo a casa.”
Un’ultima testimonianza, quella di Pierina Cesarotti: “Sono la sorella minore di una ragazzina di 14 anni che purtroppo perì quel giorno. Si chiamava Margherita Cesarotti ed era nata a Soncino (CR) il 9 maggio 1930: abitavamo allora nei pressi della scuola, in via Asiago 56. Mia sorella, superata la quinta elementare, come d’uso in quei tempi era apprendista da una sarta che abitava in una cascina davanti alla scuola. Il tremendo bombardamento coinvolse tutta la zona circostante; mia sorella si trovava seduta davanti alla macchina per cucire che la schiacciò sotto il suo peso, ferendola gravemente al viso ed alla testa, accecandola. fu deposta per errore fra i bambini morti, dove nostro padre la trovò dopo affannose ricerche in tutti gli ospedali. Era gravissima, ma ancora viva. Vani furono i tentativi di salvarla, la sera stessa morì. Non era più un alunna, ma venne sempre ricordata con le altre piccole vittime della scuola.” Il responsabile di tutto questo ha un nome ed un cognome: James B. Knapp comandante della United States Army Air Force. La prefettura di Milano, subito informata, dispose i primi soccorsi. La tragedia apparve immediatamente nella sua reale dimensione.
Dalle macerie piccoli cadaveri.
Un prete si distinse: don Ferdinando Frattino che contribuì al salvataggio di diversi bambini. L’unico commento – nei giorni degli eventi – circa l’errore dei bombardamenti fu del colonnello Stefonowicz, da cui dipendeva il 451° Group, che criticò pesantemente l’operato delle forze aeree americane, non per le vittime civili, ma per il danno d’immagine causato dallo scadente lavoro di quel giorno d’ottobre.
Nessuno fu chiamato sul banco degli imputati, malgrado si conoscano i responsabili.
Ora, lettori e lettrici, riguardate la foto d’apertura a quest’articolo e chiedetevi: quei corpi mutilati di bimbi senza futuro meritano giustizia?
Questa volta lascio a voi la conclusione.
A noi cosa rimane di tutto questo orrore?
Un vuoto incolmabile dentro il cuore.
Il nostro popolo dimentica. Una frase di W. Churchill ha sempre colpito la mia immaginazione: “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.”
Siamo sinceramente convinti che vogliamo scoprire la verità?
Ci appoggiamo alle nostre piccole certezze come fosse un cuscino sul quale addormentarsi.
La storia dovrebbe insegnare.
Francesco De Gregori cantava:“la Storia non ha nascondigli, la Storia non passa la mano, la Storia siamo noi.” Dovremmo essere pronti a riscrivere la storia.

Ci hanno liberato ma questo non significa perdonare l’orrore.
Fabio Casalini
Bibliografia
Achille Rastelli, Bombe sulla città, Mursia, 2000
Webografia
Il materiale fotografico ed alcune testimonianze sono stati reperiti dal sito www.piccolimartiri.it. Come specificato all’interno del sito stesso le immagini sono libere ma era gentilmente richiesto un preavviso per l’utilizzo. Mi sono premunito di scrivere una mail all’indirizzo proposto 10 giorni addietro. A tutt’oggi non ho ricevuto risposta. Certo di aver gentilmente ottemperato alla loro richiesta, pubblico il materiale recuperato per il loro tramite.
[Fabio Casalini]
Leggi anche:
http://www.giorgiogiussani.it/2015/02/03/capodanno-2015-centro-est-europa-vienna-praga-dresda-berlino/ nella parte dedicata a Dresda, dove anche qui, come a Milano, gli Americani hanno utilizzato più bombe del dovuto, ovvero anche qui è ipotizzabile un crimine di Guerra, guarda caso le bombe di Dresda erano destinate in realtà per Milano

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